Giò Ponti e la sedia Superleggera

Redesign della tradizionale sedia chiavarina, la Superleggera cela, dietro alla propria apparente spontaneità, istanze progettuali di notevole complessità, a testimonianza dell'approccio intuitivo perseguito da Ponti nei confronti della tecnologia

Non c'è oggetto nella storia del disegno industriale, che non abbia subito le angherie dettate dalla vanagloria di qualche tronfio designer, determinato a farne il simulacro della propria poetica più che a renderne un'interpretazione coerente in senso tecnico e formale.

Il progetto per la sedia Leggera, portato a termine da Ponti nei primi '50, cerca di correggere la traiettoria, attingendo al bagaglio tecnologico e figurativo della produzione artigianale di antica tradizione. La riscoperta della normalità punta innanzitutto a restituire all'oggetto una propria identità formale di immediata comprensione, che aderisca alle attitudini strumentali del manufatto senza plasmarsi passivamente su di esse; l'input della produzione spontanea indica piuttosto una via battuta, da percorrere in sicurezza, sul cui tracciato possa prendere le mosse un processo evolutivo sensato.

È questo genere di consapevolezza storica e costruttiva che nutre il genio creativo di Ponti nell'attendere al redesign della tradizionale chiavarina, la sedia in frassino, robusta e leggera, immancabile protagonista della scena domestica italiana. Le sperimentazioni condotte sulla Leggera culminano, attraverso un procedimento di progressiva scarnificazione, negli 1,7kg della Superleggera, icona di un progresso tecnologico capace di consumare le proprie vittorie sul terreno strabattuto della sedia a innesti, mettendo a servizio di un'idea costruttiva elementare gli strumenti di calcolo e gli automatismi più sofisticati.

Una sedia capace di sopravvivere intatta alla caduta dal quarto piano degli uffici Cassina si ergeva su quattro esili supporti a sezione triangolare, rastremati e appuntiti dal processo di estrema riduzione che aveva coinvolto tutti gli elementi della struttura in frassino, posta a supporto di un semplicissimo sedile in canna d'india.

Accanto alla colorazione naturale, Ponti aveva previsto una versione bicolore in cui elementi simmetrici del telaio erano verniciati alternativamente nei colori bianco o nero, esaltandone ulteriormente l'idea di leggerezza. Con la Superleggera, una sedia senza aggettivi, pratica, resistente e soprattutto normale, Ponti affermava un'idea d'eleganza votata alla genuina sobrietà del mobile popolare. Un'eleganza che se negli intenti dell'epoca avrebbe contribuito a diffondere il gusto pontiano del bello, grazie a un prezzo allineato alle proprie prerogative, ad oggi promette di fare lo stesso con poco più di 1000 euro a pezzo.

Matteo Gabos

27 Ottobre 2009

Tags: sedia, ponti

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